“La picciridda di Borsellino”: al Teatro Vittoria di Roma la drammatica storia di Rita Atria a cinquant’anni dalla nascita

<<L’ho capito da lei che cosa vuol dire avere coraggio. Ho imparato che nella vita non ci si deve inchinare alla prepotenza e che alla giustizia non servono parole tonanti, ma racconti veri, fatti concreti>>. E’ tutto in queste parole luminose, contenute in una lettera indirizzata a Paolo Borsellino, il senso della vita di Rita Atria, la più giovane collaboratrice di giustizia del nostro Paese. Una vita tutt’altro che semplice, intessuta di drammi, speranze e coraggio, e finita in modo drammatico, ma capace di farsi testimonianza viva e imperitura. Un fiore che non smette di emanare bellezza, proteso alla costante ricerca di quel “fresco profumo della libertà” caro a Borsellino. Il 18 ottobre il Teatro Vittoria di Roma ospiterà La picciridda di Borsellino, incontro letterario a cura di Marcello Teodonio, con ricerche e letture di Gemma Costa, dedicato proprio a Rita Atria, che quest’anno avrebbe compiuto cinquant’anni.

Rita e Paolo: due nomi comuni che, calati nella Sicilia degli anni Ottanta e Novanta messa a ferro e fuoco dalla mafia, diventano simboli di legalità nella sua forma più pura. Una ragazzina, Rita Atria, e un magistrato, Paolo Borsellino, accomunati dal coraggio e infine dalla morte, avvenuta per entrambi nel 1992, annus horribilis per tutte le persone oneste, in Sicilia e non solo. Rita (collaboratrice di giustizia dal 1991, dopo l’assassinio del padre e del fratello, entrambi mafiosi) muore il 26 luglio 1992, sette giorni dopo Paolo Borsellino: la trovano priva di vita sotto il palazzo in cui abitava da quando era sotto protezione, al civico 23 di viale Amelia a Roma. Il suicidio di una ragazza che non ha retto al dolore e alla paura, dopo la strage di via D’Amelio. Ma se di Paolo Borsellino sappiamo tanto (non tutto: non sappiamo ad esempio che fine abbia fatto la famosa agenda rossa), della giovanissima Rita Atria è bene parlare perché il suo è l’esempio della coscienza che preme per andare lungo sentieri limpidi e cristallini anche se l’ambiente familiare spinge in direzione opposta. Una storia di coraggio, la sua, fino alle estreme conseguenze.

<<Quella di Rita – ricorda il magistrato Alessandra Camassa è stata una collaborazione molto particolare: lei inizialmente era piena di una ricostruzione dei fatti assolutamente alterata. La sua idea era che il padre fosse un grandissimo uomo, e mi diceva: “Sa, dottoressa, mio padre è uno che conta molto in paese, pensi che quando ci sono furti di pecore vengono tutti da mio padre e lui gliele fa trovare”. Io andai a prendere tutti i rapporti giudiziari dell’epoca per farle vedere che quelle del padre, in realtà, erano estorsioni. Cioè rubava le pecore e poi le restituiva facendo pagare il pizzo. Faceva il suo mestiere di mafioso, sostanzialmente. Rita questo aspetto non lo aveva minimamente compreso. Inoltre, suo fratello spacciava stupefacenti: questo lei lo sapeva, ma ignorava il fatto che lui spacciasse insieme a coloro i quali avevano concorso ad uccidere il padre. Quindi quello di Rita è stato un percorso difficilissimo, analitico: si è confrontata con se stessa e con la sua storia e l’ha dovuta ricostruire. Siccome era molto intelligente, ci è riuscita>>.

Rita, la famiglia di origine da rinnegare  e quella acquisita tra le fredde mura di un Palazzo di Giustizia, capace di indicare un sentiero di vita pulito e libero da condizionamenti mafiosi. Una storia esemplare da raccontare, ascoltare e tramandare. Anche attraverso un palcoscenico teatrale.

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