Agguato: parola dal suono inquietante e dal significato terribile; imboscata che coglie la vittima alla sprovvista, consentendo all’aggressore di beneficiare di un vantaggio in termini di tempo e consapevolezza. Un atto odioso, criminale e vile. La mattina del 21 settembre 1990 il magistrato Rosario Livatino, con la sua Ford Fiesta color amaranto, è in viaggio come ogni giorno sulla strada statale 640, che da Caltanissetta conduce ad Agrigento, presso il cui tribunale il giovane giurista è in servizio in qualità di giudice della sezione penale. All’altezza del viadotto Gasena una moto e una Fiat Punto affiancano l’auto del magistrato, tagliando la strada e bloccandone la marcia. E’ l’inizio della fine. Partono i primi colpi di pistola e Rosario Livatino tenta di salvarsi scappando a piedi lungo la ripida scarpata sottostante. Un tentativo inutile: i killer lo raggiungono e lo finiscono con altri sette colpi. L’ultimo al volto. Il killer della stidda anni dopo si pentirà e racconterà che, poco prima di essere ucciso, il giovanissimo giudice aveva chiesto a lui e al complice: <<Picciotti, che cosa vi ho fatto?>>.
Già, che cosa aveva fatto di così grave questo magistrato appena trentottenne? Aveva fatto il proprio lavoro con grande serietà e coraggio, mostrandosi impermeabile rispetto a qualsiasi tentativo di corruzione. C’è una scena del meraviglioso film Il giudice ragazzino in cui Livatino, interpretato da un superbo Giulio Scarpati, viene avvicinato in un bar da un capomafia che insiste per offrirgli un caffè, anticamera ruffiana del tentativo di corruttela. Livatino, gentile ma irremovibile, rifiuta e i mafiosi capiscono che quel giovane magistrato darà loro filo da torcere. E lo farà semplicemente onorando al meglio la toga.

Il diritto e la fede. Facciamo un passo indietro. Rosario Angelo Livatino nasce a Canicattì il 3 ottobre 1952; dopo la maturità classica, consegue nel 1975 la laurea in Giurisprudenza con lode all’Università di Palermo. Dopo una parentesi come vicedirettore all’Ufficio del Registro di Agrigento, nel 1978 vince il concorso in magistratura e svolge il tirocinio al tribunale di Caltanissetta. Nel biennio successivo lavora come sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento. Nel 1989 si trasferisce nella sezione penale del medesimo tribunale. All’amore per il diritto, Rosario Livatino affianca la fede, profondissima, in Gesù. Nella sua agenda, il 16 luglio 1978, scrive a penna rossa: <<Oggi ho prestato giuramento; da oggi sono in Magistratura>>. Poi una postilla, a matita: <<Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige>>. Ogni mattina, nella sua breve vita, prima di entrare in tribunale si recava nella chiesa di San Giuseppe per raccogliersi qualche minuto in preghiera.
L’umanità e la credibilità. Rosario Livatino svolge al meglio il proprio ruolo e a partire dal 1989 inizia a occuparsi delle confische ai beni mafiosi applicando (tra i primi in Italia) la legge Rognoni-La Torre, importante strumento normativo che ha introdotto la possibilità di contrastare la criminalità anche sotto il profilo economico: la legge n. 646/1982 (recante Disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale, integrazioni alle leggi n. 1423/1956, n. 57/1962 e n. 575/1965, nonché l’istituzione di una commissione parlamentare sul fenomeno della mafia) ha infatti consentito di inserire nel codice penale il reato di “associazione di tipo mafioso” (ex art. 416 bis) e la conseguente previsione di misure patrimoniali con cui aggredire i capitali di provenienza illecita. Il ruolo di magistrato viene portato avanti da Livatino con rigore e dedizione, senza mai trascurare l’aspetto umano: così quando nel suo ufficio entra un indagato, lui si alza e gli stringe la mano, segno di rispetto nei confronti della persona. In un cocente giorno di Ferragosto, Livatino si reca personalmente in un istituto di reclusione per consegnare brevi manu un mandato di scarcerazione, e a chi con grande sorpresa gli chiede perché si sia presentato in prima persona anziché aspettare che un suo sottoposto andasse per suo conto, il magistrato risponde: <<All’interno del carcere c’è una persona che non deve restare neanche un minuto in più. La libertà dell’individuo deve prevalere su ogni cosa>>.
Riservatezza e generosità. Nel periodo in cui Livatino è operativo, Agrigento è pervasa da intrecci carsici e contrapposizioni criminali: da un lato cosa nostra, dall’altro la stidda. Un magma malefico pronto a esplodere e ad allearsi, persino, per fare fronte comune contro il giovane magistrato che procede serrato nel proprio lavoro e stringe una forte collaborazione con i colleghi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Mafia, economia e politica: il trittico che da un certo momento assume i contorni opachi del pactum sceleris e stringe in una tenaglia la Sicilia e la maggioranza delle persone oneste che la abitano. Livatino e gli altri magistrati assumono con coraggio il ruolo di guardiani della legalità, con i conseguenti riflettori puntati addosso. Livatino non amava apparire: non ha mai rilasciato interviste e di lui abbiamo pochissime foto, tutte però accomunate dal sorriso autentico e generoso delle persone perbene. La stessa generosità che lo induceva a recarsi dal procuratore capo a chiedere che certi fascicoli riguardanti persone particolarmente pericolose venissero affidati a lui per proteggere i colleghi con figli: <<Dottore, quel fascicolo, con “quei nomi” lì, per piacere, non lo dia ai miei colleghi che sono sposati e hanno dei figli>>. Questo era Rosario Livatino. Questo continua ad essere, esempio formidabile da seguire.
Sub tutela Dei. Rosario Livatino annota nelle sue agende la sigla S.T.D. che per lungo tempo rimane avvolta dal mistero, tanto che inizialmente gli inquirenti pensano sia un modo per indicare i nomi dei suoi assassini, come scrive mons. Michele Pennisi: <<Gli inquirenti all’inizio si inquietano e pensano a un messaggio cifrato per indicare il nome di chi lo perseguitava. In realtà quella sigla (Sub tutela Dei), presente già nella sua tesi di laurea in Giurisprudenza, si trova in tutte le sue agende. (…) E ricorda – come ha spiegato il professore Giovanni Tranchina, che di Livatino fu docente universitario – “le invocazioni con le quali, in età medievale, si impetrava la divina assistenza nell’adempimento di certi uffici pubblici”>>. Rosario Livatino viene beatificato il 9 maggio 2021: una data non casuale che coincide con l’anniversario della visita di Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento, nel 1993, quando dalla maestosa Valle dei Templi il pontefice polacco (dopo un commovente incontro con i genitori di Livatino) scomunicò i mafiosi: <<Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di Cristo, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!>>.
La Costituzione e il Vangelo, il diritto e la fede. In mezzo, una vita breve ma capace di seminare amore, giustizia, umanità. Come disse lui stesso in occasione di un convegno: <<Il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio>>. Il modo migliore per rendere palese la nostra gratitudine nei confronti di Rosario Livatino è cercare di essere, ogni giorno, come lui. A partire dalle piccole cose.
<<Il compito del magistrato è quello di decidere. Orbene, decidere è scegliere e, a volte, tra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare.
Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio.
Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata>>.
(Rosario Livatino)
