Dal 1992 c’è un’agenda rossa che ancora non si trova. Ci sono domande senza risposta e risposte in attesa delle giuste domande. Il 19 luglio di ogni anno una ferita si riapre: 24 ore di tempesta emotiva in cui la mente corre all’indietro, reimmergendo ciascuno di noi in un tempus lugendi collettivo iniziato il 23 maggio (e forse anche prima) e mai davvero finito. Per attenuare almeno un po’ il travaglio interiore generato dalla ricorrenza tristemente nota come “strage di via D’Amelio” è necessario che il 19 luglio sia non un giorno di commemorazione bensì di azione. Di lucida consapevolezza. Un giorno in cui ci si ferma tutti, ci si siede attorno a un tavolo immaginario e si traccia un bilancio di ciò che è stato fatto e di ciò che resta da fare per cercare la verità, o meglio le verità. Così è stato anche quest’anno grazie al convegno svoltosi a Palermo, proprio in via D’Amelio, lì dove tutto è finito e tutto è cominciato. Un titolo adamantino: Dietro le stragi: verità nascoste, verità negate. Tra i relatori, Salvatore Borsellino (fratello di Paolo) e il magistrato Nino Di Matteo.
La memoria e l’analisi. Di Matteo, sostituto procuratore della Repubblica alla Direzione nazionale antimafia e terrorismo, ha spiegato: <<Confesso che provo una grande emozione ad essere qui in via D’Amelio. Non è facile prendere la parola in questo luogo dove si respira ancora la presenza nobile delle anime dei nostri eroi civili: Paolo Borsellino, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina. Non è facile cercare di parlare di giustizia e di verità nel luogo in cui subito dopo l’esplosione delle 16.58 del 19 luglio 1992, con la sottrazione dell’agenda rossa del giudice Borsellino, iniziò un lungo percorso ancora attualmente in atto per impedire il raggiungimento della piena verità sulla strage. Non sarebbe accettabile limitarsi ad uno sterile esercizio retorico come pure tanti fanno. Ci vuole ben altro. Ci vuole memoria, ci vuole analisi, ci vuole capacità di comprendere il momento che stiamo vivendo. Ed è quello che ciascuno di noi deve cercare di fare se vuole rispettare la memoria dei morti. E se vuole rispettare chi, tra i vivi, come Salvatore Borsellino e tanti di voi, hanno dedicato le migliori energie dentro e fuori le aule di giustizia per una battaglia di verità. Una battaglia che vi rende onore, una battaglia che dovete continuare a fare, dovete rappresentare uno stimolo pressante, assillante, nei confronti di coloro i quali – e vi assicuro che sono tanti, anche dentro le istituzioni – considerano archiviato il capitolo stragi. O peggio lavorano per consegnare alla storia ricostruzioni di comodo e in qualche modo rassicuranti. Dal 1992 al 1994 sono state compiute sette stragi: è necessario non perdere mai di vista il bisogno di una visione unitaria di quanto accaduto, e di un’ottica di analisi complessiva che tenga conto anche della evoluzione in quel periodo del quadro politico nazionale e internazionale>>.
Un depistaggio lungo 32 anni. Da parte di Salvatore Borsellino parole che trasudano coraggio, tenacia e amarezza: <<Poiché sono l’ultimo ancora in vita della famiglia di origine di Paolo Borsellino, sono qui anche a nome delle mie sorelle: Adele e Rita che non ci sono più e soprattutto a nome di nostra madre, Maria Pia Lepanto, che, come tante altre mamme a cui troppo presto sono stati strappati i figli, ha dovuto chiudere gli occhi senza poter vedere né verità né giustizia sull’assassinio di suo figlio. Questi sono stati anni di depistaggi, di mancate indagini, di sentenze spesso contraddittorie, in cui, se sono stati assicurati alla giustizia forse alcuni di quelli che materialmente hanno ucciso Paolo Borsellino, la stessa cosa non è successa per quelli che hanno agito nell’ombra, che hanno voluto la sua morte. Non sono stati neanche portati alla luce i veri motivi dell’accelerazione di questa strage che, se fosse stata messa in atto soltanto dall’organizzazione mafiosa, non sarebbe avvenuta soltanto 57 giorni dopo la strage di Capaci, che a quella di via D’Amelio io credo sia indissolubilmente legata. Paolo ha cominciato a morire il 23 maggio 1992, ma se da un lato ai figli di Paolo mi lega il terribile dolore per questa morte annunciata e l’insopprimibile esigenza di verità, da essi mi divide una posizione processuale che si è venuta a differenziare nel corso di tanti processi, arrivando purtroppo ad influire – e con mio grande dolore – anche sui rapporti interpersonali. Devo dire da parte mia che ho ascoltato con sconcerto le dichiarazioni fatte in questa sede nei confronti di due magistrati o meglio di un magistrato e di un ex magistrato, oggi senatore della Repubblica: mi riferisco a Nino Di Matteo e a Roberto Scarpinato, che per questa ragione io ho voluto oggi qui su questo palco. Per manifestare loro pubblicamente la mia stima e la mia gratitudine per avere in questi lunghi anni ricercato con tutte le loro forze quella verità e quella giustizia per le quali continuo a combattere in nome di quell’agenda rossa>>.
La memoria, ogni santo giorno. Le collusioni, gli apparati deviati, le infezioni profonde del tessuto sociale. Un cancro che colpisce anche segmenti della magistratura e che finisce con il rendere impossibile la ricerca della giustizia. Le ricorrenze sono necessarie ma anche pericolose: il rischio che, tramontato il giorno, ci si dimentichi di tutte le sontuose dichiarazioni d’intenti è alto. Ecco perché, in un’ottica di piena giustizia, dobbiamo decidere che ogni giorno è il 19 luglio e ogni giorno è il 23 maggio. Ogni santo giorno.
<<La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità>>.
(Paolo Borsellino)
