Francesca Morvillo ha avuto in sorte una duplice condanna: quella della mafia, che ha trucidato lei, il marito Giovanni Falcone e i tre uomini della scorta quel maledetto 23 maggio 1992; e in più, una condanna all’oblìo durata trent’anni, iniqua pena accessoria che è giunto il momento di estinguere. Tre decenni in cui la memoria collettiva l’ha menzionata sempre in qualità di “moglie di” e null’altro. A partire dal 2022, e solo in seguito alle legittime doglianze di Alfredo Morvillo, fratello di Francesca anch’egli magistrato, nell’opinione pubblica si è fatta strada, con la lentezza tipica della verità, un’altra prospettiva da cui guardare alla moglie di Falcone, per vedere realmente ciò che questa donna è stata (e che idealmente continua ad essere e sempre sarà): un’eccellente giurista, un magistrato dotato di umanità, una donna intelligente e coraggiosa. Fino all’ultimo. E allora, per raccontare Francesca Laura Morvillo, nata a Palermo il 14 dicembre 1945, partiremo dal suo ultimo giorno di vita, il 23 maggio 1992.
Racconta Paola Maggio, docente di diritto penale all’Università di Palermo:<<Francesca Morvillo in quel 23 maggio torna a Palermo da magistrato poiché era impegnata per questo Paese in una funzione che lei riteneva fondamentale, cioè membro componente del concorso che valutava i giovani magistrati. Questo è un altro dato che non si conosce: si pensa che lei fosse lì solo per compagnia>>. In effetti il 22 maggio Giovanni Falcone chiama al telefono la sorella Maria per spiegarle che il rientro della coppia sarà posticipato di un giorno proprio per consentire alla moglie di espletare la sua funzione in seno alla commissione concorsuale, impegnata all’Hotel Ergife Palace di Roma nella valutazione degli aspiranti magistrati.
Francesca, figlia del pubblico ministero Guido Morvillo, si era laureata in Giurisprudenza a Palermo nel giugno 1967 e, tre anni dopo, era entrata in magistratura. Prosegue Maggio:<<Si è laureata, non ancora 22enne, nella sessione 1966/1967 con una tesi dal titolo “Stato di diritto e misure di sicurezza”. La tesi è in diritto penale sostanziale, ma non mancano tanti accenti al momento processuale. E’ una tesi molto innovativa, che guarda alla dignità dell’individuo, alla libertà del soggetto e alla garanzia della giurisdizione come forma di protezione della libertà. La penna giuridica di Francesca Morvillo è incredibile, bisogna leggere i passaggi della sua tesi, per apprezzarne l’attenzione linguistica al particolare, lo straordinario tecnicismo e la profondità dell’analisi>>. Questa tesi di laurea verrà presto pubblicata e diventerà così uno strumento prezioso per le studentesse e gli studenti presenti e futuri.
Francesca, giurista sensibile. Colpisce un particolare: Francesca Morvillo affianca allo studio del diritto altre discipline, con la precisa volontà di acquisire un bagaglio teorico e umano che poi le gioverà non poco quando entrerà in servizio alla Procura per i minorenni di Palermo, luogo di lavoro non certo facile, specialmente in un periodo in cui Palermo è avvolta da una densa cortina fumogena di matrice mafiosa. La storica Giovanna Fiume, ex docente di storia moderna dell’Università di Palermo, aggiunge:<<Ho provato a fare una ricostruzione del “personaggio” Francesca Morvillo ed è sorprendente, con il senno di poi ovviamente, come tutti i giornali, con rarissime eccezioni, la presentassero come “la moglie di Falcone”, morta lì “perché accompagnava il marito”. Muore accanto al suo uomo una moglie innamorata. Su Francesca cala in effetti un oblìo, certamente non nella memoria dei parenti, degli amici, dei colleghi e di quanti l’hanno conosciuta, ma nel discorso pubblico, nell’opinione pubblica. Un oblìo da cui, con grande fatica, si sta cercando di trarla. Nel 1968 vince un concorso difficilissimo come quello per l’accesso in magistratura, dove entra nel 1970. Nel frattempo, però, si dedica all’insegnamento come volontaria nel quartiere popolare della Zisa, dedicandosi ai figli delle persone carcerate. Frequenta anche dei corsi per capire la psicologia dei minori devianti>>.
Una cordiale umanità. Con Marisa Ambrosini, magistrato in forza alla Procura per i minorenni, nasce un bellissimo rapporto di amicizia: <<Nel 1972, quando hanno organizzato le piante organiche del Tribunale e della Procura per i minorenni in maniera autonoma rispetto al Tribunale ordinario, fummo assegnate Francesca alla Procura e io come giudice al Tribunale. Lei ha portato una ventata di allegria e di gioia: le volevano tutti bene perché era una persona disponibile e cordiale con chiunque, non si dava assolutamente arie. Francesca voleva conoscere esattamente, sia che fossero persone offese sia che fossero imputati, la loro situazione personale, familiare, il perché erano successe alcune cose: lei voleva emanare le sue richieste non soltanto in relazione a quello che risultava dalle carte – dentro le quali leggeva con la massima attenzione – ma anche attraverso l’incontro con le persone: questo sia per i reati più lievi che per quelli più gravi… il che capitava raramente ma ogni tanto c’era qualche minore imputato di omicidio>>.
Palermo, Italia. La giornalista Bianca Stancanelli illustra il contesto ambientale dell’epoca, un affresco dai toni chiaroscuri:<<Il Maxi Processo segna uno spartiacque nella storia dell’Italia, non della Sicilia soltanto: la mafia può essere processata – a Palermo – può essere condannata e può essere condannata anche all’ergastolo. Le assoluzioni per insufficienza di prove diventano un reperto del passato e questo è estremamente significativo per la società civile, per la Repubblica italiana, ed è estremamente minaccioso per la mafia. La conclusione del Maxi Processo è stata una sorta di parentesi nella vita di Palermo e della Sicilia e, ben presto, si ricomincia con il solito tran tran della sottovalutazione della mafia benché succedano delle cose terribili: si continua ad ammazzare i magistrati e per Giovanni Falcone cominciano degli anni amarissimi di delusioni professionali e umane. Quello che fa più orrore in questa storia è che, come dice Giovanni Falcone, si percepisce l’entrata in campo di “menti raffinatissime”, che sono affiancate a cosa nostra; quindi si capisce che Falcone stesso percepisce che c’è l’intervento di apparati dello Stato. Dopo il 23 maggio nasce una prima vera reazione di Palermo e della Sicilia contro la mafia. Tutti pensavano di poter essere coinvolti e, da un piccolo nucleo di donne, viene fuori l’idea di appendere ai balconi di Palermo dei lenzuoli bianchi con o senza scritte antimafia: per esprimere il rifiuto del rosso del sangue attraverso il potente simbolo dell’intimità della casa, quello che più indica il cuore di una famiglia. In quella fase veramente la parte maggiore di Palermo vuole liberarsi della mafia. Finirla con cosa nostra. E tutta l’Italia vuole finirla con cosa nostra>>.
A tre mesi dall’inizio del maxi processo, il 10 maggio 1986, Francesca e Giovanni convolano a nozze: la cerimonia è come loro, riservatissima. Viene celebrata dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando e i testimoni di nozze sono i giuristi Rosangela Maira e Antonino Caponnetto. Pochissimi invitati, un pranzo di nozze preparato direttamente dalla sposa e consumato nella nuova casa. Il resto, purtroppo, è storia e si conclude alle 17.58 del 23 maggio 1992. Francesca Morvillo non muore sul colpo: trasportata all’ospedale in gravissime condizioni, spira cinque ore dopo. Al suo capezzale, fino all’ultimo, insieme alla famiglia c’è la collega e amica Marisa Ambrosini.
Medaglia d’oro al valor civile. Il 13 novembre 1992 a Francesca Morvillo viene conferita dal Quirinale la Medaglia d’oro al valor civile, con questa motivazione: <<Giovane Consigliere della Corte d’Appello di Palermo, consorte del giudice Giovanni Falcone, pur consapevole dei gravissimi pericoli cui era esposto il coniuge, gli rimaneva costantemente accanto sopportando gli stessi disagi e privazioni, sempre incoraggiandolo ed esortandolo nella dura lotta intrapresa contro la mafia. Coinvolta, insieme al Magistrato, in un vile e feroce agguato, sacrificava la propria esistenza vissuta coniugando ai forti sentimenti di affetto, stima e rispetto verso il marito, la dedizione ai più alti ideali di giustizia. Capaci (Pa), 23 maggio 1992>>.
Canto per Francesca. La poetessa Cetta Brancato ha scritto uno struggente monologo dal titolo Canto per Francesca, su progetto e con il patrocinio dell’Associazione Nazionale Magistrati. Nel monologo è idealmente Francesca Morvillo a parlare di sé e di Giovanni Falcone: amore grandissimo con cui condividere tutto, anche l’ultimo istante. <<Tutto è così vivo in quest’isola, così sublime e infimo, da toccare la morte. / Ma noi eravamo vivi, con la semplice urgenza della vita. / Il futuro era incerto. Era questa la nostra condanna: lasciare sospeso, come infelice promessa, un atto di eroismo non voluto. / Fra l’essere e non essere c’era l’amore. / E la terra di Sicilia nel mio destino di donna. […] Eravamo già frutti perfetti da consegnare alla storia>>. Vogliamo ricordare questa donna luminosa con un ultimo verso tratto da questo canto:<<Abbiamo fatto tutto. Anche essere felici>>. A noi il dovere della memoria. Sempre.
