Uno dei pochi beni materiali che possedeva era una vecchia Fiat Uno, e con quest’auto don Tonino Bello si è aggirato per le tante periferie umane incontrando volti, storie e sofferenze. E proprio per dare a queste vite segnate dal dolore e dalla fatica una speranza, ha voluto creare una struttura che potesse ospitare giovani “senza speranza e senza luce”. Così, nel 1984, è sorta la Comunità Casa a Ruvo di Puglia. Don Tonino nasce il 18 marzo 1935 ad Alessano, in provincia di Lecce. Figlio di un maresciallo dei Carabinieri e di una casalinga, fa ingresso ben presto nel Seminario vescovile di Ugento, proseguendo poi la sua formazione a Molfetta e a Bologna, dove entra in contatto con il mondo del lavoro e le sue contraddizioni: non a caso, nel corso della sua vita sacerdotale, sarà sempre al fianco degli operai.
Ma qual è l’idea di Chiesa secondo don Tonino Bello? Lo dice lui stesso nel corso dell’omelia per la dedicazione della parrocchia Immacolata di Ruvo, nel 1969: <<Un tempio discreto, una Chiesa non arrogante, anche povera, che si mimetizza con il mondo circostante, che fa un tutt’uno, che non si staglia ad indicare le sue elevatezze irraggiungibili e per scoraggiare il cuore dell’uomo>>. E ancora: <<Mi raccomando, voi credenti in Gesù Cristo non opprimete mai la gente dall’altezza delle vostre sapienze evangeliche, fate come Gesù Cristo che si è accompagnato con i poveri, con gli umili>>.
La Chiesa del Grembiule. E’ divenuta famosa per la sua straordinaria capacità evocativa l’espressione, coniata da don Tonino Bello, di Chiesa del grembiule. Di che cosa si tratti lo ha spiegato don Tonino in più occasioni: <<Io amo parlare della Chiesa del grembiule, che è l’unico paramento sacro che ci viene ricordato nel Vangelo. “Gesù si alzò da tavola, depose le vesti si cinse un asciugatoio”, un grembiule l’unico dei paramenti sacri. Nelle nostre sacrestie non c’è e quando uno viene ordinato sacerdote gli regalano tante altre belle cose, però il grembiule nessuno glielo manda. E’ il grembiule che ci dobbiamo mettere come Chiesa, dobbiamo cingerci veramente il grembiule. Sapete che significa “Si alzò da tavola?” Significa che se noi non partiamo da qui, dall’altare, da una vita di preghiera è inutile che andiamo a chiacchierare di pace. Chi ci crede ? Non siamo credibili, se non siamo credenti. E credere significa abbandonarsi a Cristo, non significa soltanto accettare le Sue parole, le Sue verità. Quindi, anche noi, se vogliamo parlare di pace e di carità dobbiamo alzarci da tavola; se no, saremmo dei bravi cristiani, saremmo anche delle persone capaci di dare tutto alla gente, ma la pace che noi daremmo non è quella che ci dà il Signore. Ma “si alzò da tavola” significa anche che non basta stare in chiesa, bisogna uscire fuori. Dalla messa alla domenica dovrebbe sprigionarsi una forza centrifuga così forte che noi siamo scaraventati fuori sulle strade del mondo per andare a portare Gesù Cristo. Sembra che quasi il Signore ci dica: “Non bastano i vostri bei canti liturgici, i vostri abbracci di pace, i vostri amen, i vostri percuotimenti di petto: che aspettate ? Alzatevi da tavola; restate troppo tempo seduti. E’ un cristianesimo troppo sedentario il vostro, troppo assopito, un tantino sonnolento”>>.
Don Tonino il comunicatore. Tra i vari talenti di questo prete coraggioso, anche quello della comunicazione attraverso una narrazione tanto poetica quanto pragmatica, “intrecciando Vangelo e giornale”, come diceva lui stesso. E la capacità di giocare con le parole per dire tanto, tantissimo, con poco: “Non i segni del potere, ma il potere dei segni”, ad indicare la ferrea rinuncia ai simboli esteriori del potere in favore dei tre cardini della sua fede: comunione, evangelizzazione e amore per gli ultimi.
La Lettera a San Giuseppe contro la società dell’usa e getta. Nella sua Lettera a San Giuseppe, pronunciata nel corso del Convegno dei giovani ad Assisi nel 1987, se la prende con chi riserva solo i propri scarti ai fratelli e alle sorelle in povertà: <<La nostra la chiamiamo società dell’usa e getta: a un paio di sandali si è rotta la fibbia? Non vale la spesa ripararli, porta via al macero, senza scrupoli. Anzi no, un momento: tra giorni passeranno quelli della Caritas parrocchiale… che fortuna! Con una fava prendiamo due piccioni: intanto, senza spendere una lira, ci liberiamo il guardaroba da ingombri fastidiosi, e poi aiutiamo la gente facendo contento il Signore. Un angolo di Paradiso, un giorno, non ce lo negherà certamente, visto che ce lo stiamo accaparrando, sia pure con il riciclaggio delle nostre cose superflue. Ma che c’è, Giuseppe? I tuoi occhi dolenti mi trafiggono con uno sguardo di disgusto… Ho capito: quel tuo sguardo vuol dire “Mi fate pietà”>>.
La Lettera a coloro che si sentono falliti. Gli scritti di don Tonino Bello restano gemme di verità, semi di speranza più attuali che mai. Nella Lettera a coloro che si sentono falliti questo instancabile uomo di Dio scrive: <<Questa lettera la scrivo un po’ anche a me. Sono convinto, infatti, che tutti nella vita ci siamo portati dentro un sogno, che poi all’alba abbiamo visto svanire… I destinatari, comunque, di questa lettera non sono coloro che, come me, sperimentano le delusioni dei sogni e il pianterreno prosaico delle piccole conquiste. Ma sono tutti quelli che non ce l’hanno fatta a raggiungere neppure gli standard sui quali “normalmente” scorre una esistenza che voglia dirsi realizzata (…) A voi che, cammin facendo, avete visto sfiorire a uno a uno gli ideali accarezzati in gioventù. A voi che avete meritato ben altro, ma non avete avuto fortuna, e siete rimasti al palo. A voi che non avete trovato mai spazio, e siete usciti da ogni graduatoria, e vi vedete scavalcati da tutti. A voi che una malattia, o una tragedia morale, o un incidente improvviso, o uno svincolo delicato dell’esistenza, hanno fatto dirottare imprevedibilmente sui binari morti dell’amarezza. A voi che il confronto con la sorte felice toccata a tanti compagni di viaggio rende più mesti, pur senza ombra di invidia. A tutti voi voglio dire: “Volgete lo sguardo a Colui che hanno trafitto!”. La riuscita di una esistenza non si calcola con i fixing di Borsa. E i successi che contano non si misurano con l’applausometro delle platee, o con gli indici di gradimento delle folle. Da quando l’Uomo della Croce è stato issato sul patibolo, quel legno del fallimento è divenuto il parametro vero di ogni vittoria, e le sconfitte non vanno più dimensionate sui naufragi in cui annegano i sogni. Anzi, se è vero che Gesù ha operato più salvezza con le mani inchiodate sulla Croce, nella simbologia dell’impotenza, che non con le mani stese sui malati, nell’atto del prodigio, vuol dire, cari fratelli delusi, che è proprio quella porzione di sogno, che se n’è volata via senza realizzarsi, a dare ai ruderi della nostra vita, come per certe statue monche dell’antichità, il pregio della riuscita. Non voglio sommergervi di consolazioni. Voglio solo immergervi nel mistero. Nella cui ottica una volta entrati, vi accorgerete che gli stralci inespressi della vostra esistenza concepita alla grande, le schegge amputate dei vostri progetti iniziali, le inversioni di marcia sulle vostre carreggiate mai divenute carriere, non sono inutili, ma costituiscono il fondo di quella Cassa deposito e prestiti che alimenta ancora oggi l’economia della salvezza. A nome di tutti coloro che ne beneficiano vi dico grazie!>>
Don Tonino Bello, Vescovo delle diocesi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi, è morto il 20 aprile 1993 ed è stato dichiarato Venerabile nel 2021 da Papa Francesco. Siamo sicuri che a lui piaccia più continuare ad essere semplicemente don Tonino, l’innamorato di Gesù sempre a fianco dell’umanità, specialmente di quella che la vita ha messo all’angolo.
<<Ognuno di noi è un angelo con una sola ala.
Non possiamo volare se non abbracciati all’altro>>.
(don Tonino Bello)
